Chi sono

L’apnea l’ho conosciuta e amata grazie a mio papà.

Ricordo i pomeriggi alle isole Eolie, quando avevo più o meno 7 anni, su un gommone ancorato a qualche metro da rocce di lava nera che si tuffavano in un blu che sembrava senza fondo.

Ricordo me e mamma sul gommone e il pallone Mares rosso e bianco che segnalava la presenza di papà; guardavo il suo boccaglio muoversi lento sulla superficie dell’acqua, fermarsi per qualche secondo per poi scomparire dietro a un colpo di pinne che rompeva per qualche secondo il silenzio assolato.

Ricordo il momento in cui il mare si richiudeva su papà, quei secondi interminabili passati a immaginarlo librarsi leggero in un mondo inesplorato, il mio sguardo ammirato e quello affascinato e apprensivo di mamma.

Ricordo il suono sordo dell’acqua espulsa dal boccaglio che riemergeva, il viso di mamma che si distendeva rassicurato e i segni profondi che la maschera lasciava sul viso di papà quando tornava sulla barca, come se la sua pelle volesse conservare il ricordo di quel blu ostile e accogliente allo stesso tempo.

Ci volle poco perché non resistessi più alla voglia di seguirlo. I ricordi che tornano a galla di quelle prime immersioni sono pochi, ma uno è tuttora limpido e vivo nella mia memoria. L’entrata del tunnel scavato in uno scoglio sommerso era quasi invisibile dalla superficie; dopo un lungo respiro, un po’ di paura e qualche pinnata mi ritrovai in quel corridoio sommerso che agli occhi di un bambino sembrava infinito. Appena dentro, però, la paura fu sciacquata via dalla sorpresa: quella galleria così nera e fredda diventò rossa di pomodori di mare, verde di donzelle, rosa di coralli, marrone di castagnole. L’uscita illuminata dal sole era di un bianco caldo e accecante e la sagoma nera di papà in controluce mi guidava e mi rassicurava in quella traversata che sapeva di gioco e di sfida. Il mare mi aveva conquistato.

Dopo quasi trent’anni, mi commuove pensare che un’altra delle sensazioni legate a mio papà è ancora una volta una sensazione sottomarina. Ogni uomo, a un qualche momento della sua vita, accetta che anche suo padre, anche il suo eroe di tutta una vita, invecchia. Io l’ho capito due anni fa. L’ho capito quando ho guardato per la prima volta papà risalire in superficie prima di me e guardarmi cercare un polipo in una nassa per ancora qualche secondo.

Non so perché, ma negli anni trascorsi fra questi due ricordi mi allontanai un po’ dall’apnea. Continuai a vivere il mare con gioia e passione, da sopra cavalcando le onde e da sotto respirando con una bombola; ma l’apnea, per un motivo o per l’altro, rimase nascosta in un angolo del mio cuore. Solo nascosta.

Poi compii trent’anni, e la mia ragazza pensò la cosa più semplice del mondo, a cui però nessuno fino ad allora aveva pensato: a Tommaso piacciono le foto. A Tommaso piace il mare. Mi regalò la mia prima macchina fotografica subacquea. L’apnea uscì dal suo nascondiglio e io scoprii la mia più grande passione.

Tanti fotografi, me compreso, amano la fotografia perché amano l’emozione di catturare un momento.

Quando faccio una foto in apnea quell’emozione la assaporo fino in fondo, perché so che quello che vedo dalla superficie non sarà lo stesso quando sarò in profondità, perché so che non potrò stare fermo mentre scatto, perché so che non potrò anticipare i movimenti dei pesci, perché so che in un mondo liquido avrò davvero soltanto qualche secondo per trovare quello che cerco, perché so che non potrò contare su apertura focale e esposizione, ma soltanto sulla composizione della foto, sulla direzione della luce, e su un po’ di fortuna. Allora mentre respiro mi racconto la storia che voglio raccontare con quello scatto, chiudo gli occhi, la immagino, e scendo nel blu. Quasi sempre la storia raccontata è diversa da quella che avevo immaginato, ed è il mare a raccontarla…Ma, in fondo, mi piace anche così.

Con questo blog vi racconto le storie impresse da me e dal mare.

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